Londra vista per la prima volta da uno di trenta (quattro) anni.

Giorno 1.
Il cielo grigio. I tetti acuti. L’aria che sa di fritto. Il pallore delle inglesi. I pianoforti nelle stazioni. Il vero finto thai a Camden Lock e i sedili delle Vespe. La regina sulle monete. Il gelato al nitrogeno e il tè con le bolle. Il labirinto a Camden Stables. I ballerini del cyberdog. Gente in costume, gente in cappotto e infradito. Le ferrari e limousine parcheggiate sotto la resina degli alberi a Primrose Hill. I dalmata e le inglesi culone che fanno jogging sulla collina con vista sulla skyline. La carne scozzese e le patate dolci. L’americano che chiede consiglio su dove portare la sua date al tramonto. Ben Cookies chiuso a Convent Garden. Le drinking areas in Neal Street. I party sotterranei. La cucina nell’armadio e la metropolitana sotto la stanza.

Giorno 2.
Finalmente il sole e i colori di Londra. Il breakfast sulle poltrone del Recipeas di Jamie Oliver a Notting Hill mentre alle spalle i cuochi insegnano a cucinare sulle cucine al centro della stanza. Le facciate colorate di Portobello Road. Il gatto in vetrina. Il cane alla finestra. La tizia per strada in pigiama e calzini. Vintage cheddar and leek quiche. Courgette, feta and basil muffin. Mini red velvet e oreo cake cupcakes. Welcome Indonesia a Trafalgar Square. Tre rintocchi del Big Ben al st. James park. Le selfie a Buckingham Palace. Un morbido Banoffee Cookie. I tanti ristoranti organic o vegetariani. Borsette Primark ovunque. La folla a gruppi a Carnaby Street. Il kitsch di choccywoochydoodah. Il lounge da sonno e le piccole mannaie Dexter da Iron Flat. Il disastro a Leicester Square. Essere lì a Piccadilly Circus quando dei motociclisti compaiono dal nulla bloccando il traffico, decine di Lamborghini, Ferrari e Porsche sgasano sopra la musica altissima che esce da un’auto pimpata e i clacson dei tassisti infastiditi, e c’è una tizia sopra una macchina che sputa fuoco.

Giorno 3.
Le auto a Londra non si guidano da sole, siamo noi che continuiamo a guardare il lato sbagliato. Deludente Old Spitalfields Market. All Star a 25 pounds in Brick Lane: tutti i numeri, tranne il mio. I parrucchieri da strada. Stazioni della metro fuori uso per le riparazioni della domenica. Chiesette antiche tra i grattacieli. Tower of London, un castello nella city. Maestoso Tower Bridge che nelle foto non rende. Fish&chips in riva al Tamigi. Sentire la melodia del Big Ben mentre lo si guarda. Chiedere un’informazione alla loquace guardia della tube che risponde in un cockney strettissimo, e capirlo quasi tutto. Perdersi da Top Shop sorseggiando bubble tea alla mela. La fila fin fuori da Haagen-Dazs.
Somale ubriache a me:
- where are you from?
- Italy
- did you know that Italy took Somalia?
- ehm… sorry for that
- ahahah

Giorno 4.
Il dolore ai piedi, ai polpacci, alle anche, alla schiena, alle spalle. La vita frenetica che si sveglia il lunedì. Il networking ovunque, con bicchiere di Starbucks affianco. Il breakfast da Riding House Cafè con earl gray, smoothie banana strawberry, peanut butter ed apple juice, davanti a buttermilk pancakes con blueberry jam, clotted cream, maple sirup e un fruit plate. I farfallini, cravatte e cinture a due sterle da Primark e il midnight earl gray col lime a Camden Lock. Checking out.

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From home to office

Dovrò aggiornare queste foto di qualche anno fa, essendo cambiata la “home”.

from home to office
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MINORCA · RACCONTO DI VIAGGIO · PARTE TERZA E ULTIMA

Segue dalla parte seconda.

La mattina scosto le tende della finestra che dà sulla nostra bella cala e… niente vento. Sono uno esperto ormai, io. E’ ora di riprovare le spiagge del nord.

Platjes d’Algajarens, D’Es Bot

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D’Es Bot è una spiaggetta del nord attorniata da bassi rilievi. Quasi non ci sorprende più, per come ci sta abituando Minorca. L’acqua è azzurra e trasparente e al di là di un piccolo promontorio boscoso intravvediamo un’acqua ancor più verde smeraldo.

Per esperienza abbiamo visto che la prima spiaggia è sempre accompagnata da una seconda leggermente più difficile da raggiungere e che nasconde tesori meno noti. Così decidiamo di non fermarci e di cercare subito un modo per superare il promontorio.

È un labirinto di sentieri che spesso portano a vicoli ciechi e dove si incontrano pochi turisti con lo sguardo sconfortato. I più volenterosi raggiungono la punta rocciosa del promontorio da cui finalmente si può vedere cosa si cela dietro.

Platjes d’Algajarens, Es Tancat

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È una distesa smeraldo attorniata da natura vergine, ma da questa posizione, a meno di voler scalare gli scogli, non è raggiungibile. Così torniamo indietro, riproviamo ogni sentiero ma non c’è niente da fare.

Proprio quando raggiungiamo la soglia della rassegnazione scorgiamo due bambini prendere sicuri un sentiero nascosto tra la vegetazione, il più stretto, il più lontano, il meno probabile. Corrono e noi li inseguiamo addentrandoci a fatica tra le invadenti frasche. Sembra che il cammino aggiri il promontorio da dietro.

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Sbuchiamo davanti a un grazioso fiumiciattolo paludoso attorniato da un alto canneto. I bambini oltrepassano un’alta duna e scompaiono. Si odono lontane le risate cristalline di giovani ragazze. All’improvviso dal nulla ci corre incontro un grande labrador. Divertito si tuffa in acqua a rinfrescarsi. Lo inseguono tre veneri nudiste che se la ridono e rimangono indecise sul bordo se tuffarsi o spingersi dentro l’un l’altra per scherzo.

In tutta franchezza non erano veneri. Non erano neanche lontanamente belle. Anzi erano abbondantemente sovrappeso, ma la situazione e tutta l’atmosfera le faceva sembrare le custodi di un Eden.

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Al di là della duna finalmente si svela la lunga spiaggia e il bellissimo mare di Es Tancat, che degrada così lentamente da permettermi di spingermi un centinaio di metri dalla costa con la macchina fotografica. Qui c’è poca gente. Quelli che sanno seguire il filo di Arianna e le italiane con la puzza sotto il naso e i loro “canotti” con cui arrivano dai catamarani ormeggiati in mezzo al panorama.

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Binimel-la, Pregonda, Pregondò

Il pomeriggio rimaniamo a nord e proviamo ad affrontare Pregonda, l’ultima volta vista da molto lontano, dietro a un filo spinato. Dopo le solite viuzze con muretti a secco si raggiunge un tratto di larghissima strada sterrata così sconnessa che sono esposte a monito carcasse di marmitte. Il navigatore esorta “tornate indietro quando potete” e io sento “tornate indietro voi che potete”.

Raggiungere Pregonda richiede una lunga camminata dal parcheggio. Si passa uno stagno popolato da anatre, si cammina sulla grossa arenaria scura della spiaggia di Binimel-là. L’acqua del mare qui non viene esaltata dalla luce del pomeriggio. Oltre una collina si è investiti dalla bellezza di un paesaggio desertico attorniato da dolci poggi di cespugli verdi (Hobbiville?) che contrastano col terreno rosso fuoco (Marte?) che sporca ogni cosa e fa arrivare da sotto il calore di un forno.

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Si cammina in questo nulla, a bocca aperta, occhi spalancati. C’è una seconda spiaggetta. Desolata… a seconda dei punti di vista. Col tempo è nata una colonia infinita di “omini di pietra”, cumuli di ciottoli di tutte le altezza che chiunque passi contribuisce a costruire o rimettere in piedi. L’effetto è magico, ce ne sono a migliaia.

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Dietro l’ultima altura finalmente sorge Pregonda e le solite barche ormeggiate al largo. Siamo subito attratti da una calettina nascosta a destra.

Quando pensavamo di aver visto il meglio dell’isola e che il livello di bellezza non potesse essere superato veniamo smentiti con violenza. È un luogo roccioso, le pietre sono bianche, rosse, gialle e nere, con fanghi argillosi tra le fenditure, l’acqua è trasparente e di un verde intenso, un isolotto ci nasconde da viste indiscrete. Il sole è vicino al tramonto e la luce dorata inonda ed esalta i colori di questo paradiso rotto solo dagli schiamazzi esagerati dei turisti italiani (ma immergetevi nell’acqua, chiudete gli occhi e immaginatela senza, come facevo io).

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Binibequer Vell

A Binibequer Vell si arriva con una comoda strada da Maò.

Oppure ci si arriva seguendo i segnali stradali che ti conducono su strade senza linee di carreggiata, senza lampioni, attraversate dalle lucertole, attorniate solo da arbusti secchi claustrofobici. Unico punto certo la luna. Nessuno le percorre e a un certo punto si comincia a pensare che sia tutto uno scherzo per turisti e che la strada finirà direttamente in mare dopo la prossima curva. Invece alla fine si raggiungono i silenziosi quartieri di Binibequer. Si intravedono delle luci in fondo a una via e seguendole si arriva in un frenetico paesino completamente costruito con roccia bianca e cornicioni marroni. La chiamano la città di “panna e cioccolato”.

È costruita senza un minimo disegno geometrico da un architetto che ha utilizzato solo la parte destra del cervello. Ho visto posti identici nei miei sogni. Le stradine percorribili solo a piedi si insinuano tra le case, diventando cunicoli bianchi che diventano scalette bianche che si aprono su piazzette mignon che danno su altri bivi e altre scalette bianche. È tutto curvo, non c’è nulla di squadrato. Escher osserva da una delle finestre, buchi messi a caso sulle pareti, tutti perfettamente disallineati. I cartelli invitano al silenzio.

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Riemergiamo nella piazza centrale e proviamo il Gelato 57, un prodotto tipico del posto. Rimaniamo abbastanza delusi. È una tavoletta confezionata coperta di cioccolato, con marmellata di fichi, vaniglia, un pan di spagna imbevuto di caffè, col sapore delle cose confezionate.

Prima di tornare a casa rientriamo nel labirinto prendendo bivi a caso e perdendoci volutamente ancora per un po’.

Mitjana, Mitjaneta

Mitjana è ormai un classico. Una lunga scarpinata sotto il bosco per raggiungerla, una cala rocciosa che accoglie una lunga lingua di sabbia e un’acqua verde-azzurra. Siamo ormai così assuefatti da questi paesaggi che alziamo un sopracciglio e cerchiamo subito di meglio spingendoci ad esplorare i dintorni.

Mitjaneta è un’insenatura rocciosa riparata dalla vista della cala più grande. L’acqua, inutile dirlo, è da urlo. Qui però non c’è proprio posto per stendersi così per stare più comodi a pranzo torniamo a Mitjana da dove inizieremo la nostra ultima avventura.

Trebaluger

Trebaluger è nella nostra lista di spiagge che a fine vacanza doneremo a una coppia di italiani in albergo. Da quanto sappiamo si raggiunge solo da qui. Il problema però è che non c’è nessuna segnalazione. La scelta più ovvia ci sembra quella di prendere il sentiero battuto che parte proprio dietro la spiaggia. Si tratta del famoso Camì de Cavalls, un antico sentiero che univa le torri di vedetta lungo l’intero perimetro dell’isola. Col sorriso, l’entusiasmo, e i pesanti zaini ci incamminiamo.

Le prime diramazioni non ci preoccupano. Teniamo d’occhio alcuni cespugli di riferimento e proseguiamo.

La mia fidanzata continua a ripetermi che è un po’ strano che nessun altro stia facendo questa strada. Ma io fiero continuo. E’ il Camì de Cavalls, percorre tutta la costa.

Dopo un po’ la mia fidanzata mi fa notare che non si sente neanche più il mare, oppure si sente, dalla parte opposta, vittima di qualche eco che risuona. Felice del suono dei pettirossi, insisto.

All’ennesimo bivio, col terrore di rimanere dispersi nel bosco più profondo torniamo indietro.

A Mitjana c’è una scaletta che sale la scogliera, c’è un cartello a forma di freccia, con disegnata una freccia. Eppure non ci sembra così ovvio, così una volta saliti sopra la costa, ci inoltriamo nel bosco seguendo coppie di turisti a caso. Anche in questo caso rischiamo di perderci finché non capiamo che l’unico modo per arrivare a Trebaluger è seguire i cartelli a freccia con la freccia.

Il sentiero è molto lungo, si allarga, si stringe, sbuca in praterie trivellate dalle talpe, riprende nel sottobosco e finisce scendendo la costa con scalini ricavati dalla roccia. Ogni quarto d’ora s’incrocia un turista che ti dice che manca un quarto d’ora. Siamo così spossati che vogliamo arrivare solo per sfida e veniamo ripagati dalla vista di un mare verde fosforescente che fa capolino tra le fronde degli alberi.

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Maò

La sera vogliamo visitare il porto della capitale. E’ la capitale, sarà pieno di gente. E invece tutti i negozi sono chiusi, tranne poche gelaterie con una finta bandiera italiana, le strade sono deserte, c’è un festival musicale nelle piazzette… deserte dove suonano gruppetti locali ascoltati dai loro tre amici. Ogni tanto si incrociano gruppi dispersi di turisti nelle loro avarques, le calzature tipiche di qui. Lungo il porto ci sono i soliti ristoranti che ci tengono a dirti che la pizza è fatta in casa.

Affranti decidiamo di tornare indietro. Sono le undici e un quarto e le gelaterie che avevamo incrociato all’andata sono tutte chiuse.

Ultimo giorno

L’ultimo giorno ci svegliamo molto lentamente.

Ci dedichiamo molto lentamente ad un late breakfast. Pane imburrato, mix di succhi di frutta, un tè, un uovo all’occhio con pancetta croccante, un croissant alla marmellata, un muffin. Non osiamo fagioli e ketchup come il bambino inglese pochi tavoli più in là.

Abbiamo riconsegnato la macchina a noleggio e così non ci resta che scendere i 180 scalini della nostra spiaggia. Molto lentamente.

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MINORCA · RACCONTO DI VIAGGIO · PARTE SECONDA

Segue dalla parte prima.

La mattina scosto le tende della finestra che dà sulla nostra bella cala e vedo un cielo sgombro di nuvole e le palme che si agitano con forza. È più divertente ricordarsi Minorca come isola della maionese, ma sarebbe più nota come isola del vento. Uno esperto sa che si tratta di Tramontana. Uno esperto sa che spira da nord. Uno esperto in una giornata di Tramontana evita le spiagge del nord. Quella mattina decido di esplorare le spiagge del nord.

Cavalleria

Raggiungendo il parcheggio deserto di Cavalleria, nota come Platja Roja, vediamo il paesaggio cambiare considerevolmente intorno a noi. Ha un aspetto africano, il terreno è argilloso e colora tutto di rosso, le rocce sono più scure. Sembra di essere in un’altra isola, in un altro continente. Oltrepassata la sommità di una collinetta si staglia davanti a noi un panorama dipinto dalle forze della natura: la spiaggia giallo rossa è investita da alti cavalloni la cui cresta bianca acceca per il contrasto col grigio del mare, le onde sbattute contro gli scogli neri si alzano cercando di afferrare le nuvole che corrono veloci sopra di noi, il vento sferza tutta la costa e i nostri visi sono punti da granelli di sabbia lanciati come spilli.

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Resistiamo mezz’ora, incappucciati e avvolti nei nostri teli, in compagnia di altri pochi sprovveduti e un giovane bagnino armato di tavola da surf.

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Prima di ripiegare a sud passiamo per la vicina Pregonda con una lontana speranza che sia riparata dai venti. Desistiamo presto e ci limitiamo a guardare la costa da lontano, dietro un muretto a secco col filo spinato, col presentimento che dal mare sconvolto possano spuntare le imbarcazioni d’assalto del D-day.

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Binigaus

Ci coccola Binigaus, una lunga spiaggia di sabbia bianca finissima lungo la costa meridionale. La distesa di mare azzurro e trasparente come una piscina (uno dei mari più belli di Minorca) è rotta solo da un’isolotto di rocce che dona carattere al panorama. Qui non arriva il clima di Cavalleria, l’acqua è calma e calda, la sabbia scotta, e una bassa costa d’argilla ci ripara dal vento che spira alle nostre spalle. Alcuni bagnanti inumidiscono le pareti rocciose e ne raccolgono il fango argilloso. Si spalmano corpo e viso, fino a diventare dei golem rossicci, e vanno a seccarsi al sole.

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Es Castell

Le strette vie dell’isola prive di lampioni, ma illuminate a giorno da una magica luna piena, ci portano nel minuscolo e affollato porto di Es Castell. Al contrario di quanto ci si aspetta da un porto, l’acqua è cristallina e per niente inquinata. Si scorgono nitidamente i banchi di enormi -tiro a indovinare- pescegatti che la popolano e che protendono le loro bocche baffute in attesa che cadano briciole dai tavoli dei ristoranti a mezzo metro di distanza. O che cadiamo noi, dallo stretto e tremolante boardwalk. Entriamo in caratteristici negozietti ricavati all’interno di fresche grotte naturali, una volta usate come magazzini dai pescatori. Gustiamo un gelato, che si dichiara italiano, di El Cucurucho, dove si trovano gusti come “Oreo” o “Filipinos”. Per la prima volta considero che qui, a Minorca, non s’incontrano zanzare.

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Son Saura

Un nuovo giorno, le sveglie suonano presto: abbiamo deciso di attaccare nuovamente Cala Turqueta. Alle rotonde di Ciutadella i cartelli luminosi ci dicono che il parcheggio è libero e proseguiamo felici. Alcuni minuti dopo e a pochi chilometri dalla spiaggia un altro cartello ci dice che nel frattempo è stato raggiunto il numero massimo di auto. Affranti, noi (e tutti quelli che ci guidavano davanti) prendiamo il bivio per la vicina Son Saura, col terrore che il posto si stia esaurendo anche lì.

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Ci torna subito alla mente la Sardegna: uno splendore d’acqua trasparente, una lunga spiaggia attorniata dalle dune. Si sprofonda in una sabbia bianca estremamente fina coperta da una prateria di posidonia, l’alga che non viene raccolta per non danneggiare l’ecosistema. La spiaggia è vuota… per breve tempo. A quanto pare questo luogo è meta di numerose escursioni organizzate che con i loro comodi barconi dal fondo di vetro vomitano frotte di turisti ad ogni ora.

Turqueta

Al pomeriggio il caldo si fa pressante e visto che Turqueta è lì vicino, le diamo l’ultima possibilità. Torniamo al bivio ma il cartello luminoso segna ancora un rosso lleno. È presente anche un addetto al conteggio delle macchine e a lui facciamo gli occhi dolci, mostriamo come la nostra Micra verde sia pequeña pequeña e ci facciamo dare il permesso di passare ugualmente. Scopriamo che c’è un sacco di posto e che evidentemente si tengono assai larghi coi conteggi.

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A Minorca per raggiungere la maggior parte delle spiagge è necessaria una lunga camminata sotto freschi pini. È così importante questa camminata che non solo significa che a ridosso delle spiagge non ci sia alcun lugubre hotel o altra costruzione umana, ma si tratta di un vero e proprio rito di iniziazione che ti spoglia dalla crosta metropolitana e ti immerge con violenza nella natura incontaminata. Quando sbuchi nella spiaggia ti senti sperduto. E felice.

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Turqueta è un piccolo paradiso, caraibico dicono, ma preferirisco non fare paragoni (d’ora in poi un paradiso sarà per me minorchino). Ricorda Macarella per acqua e vegetazione. La baia è attorniata dal verde, da alte scogliere nude e levigatissime da cui ci si tuffa in un’acqua che ha dei bellissimi colori turchese e smeraldo, il fondo è sempre ben visibile.

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Due romani, un ragazzo e una ragazza, sono stesi dietro di noi:

"Se po’ fa’ il pane in casa?"

"Ce sta ‘n zacco de ggente che o fa."

"Farina… acqua?"

"Sicuramente ce sta un miscuglio de farine… oh guarda là, ce sta un nuddista! UN nuddista. Uomo, no donna."

"Qui in Spagna c’è una cultura diversa. Se noti so’ più scosciate, se vede l’ombelico…"

"Mejo la nostra mentalità! No no, non è cultura, è sempre e solo esibbizione. Ma che cazzo me rappresenta? Camminà vicino al ragazzino, tutto barzocchiotto… non esiste proprio! Oltre al fatto che c’ha un bellissimo viso, te guardo er viso mica serve che te guardo er batacchio."

Fine seconda parte. Continua alla terza e ultima parte.

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Minorca · Racconto di viaggio · Parte prima

Ad accompagnarci durante il check-in e l’imbarco c’è Vittoria. Vittoria è un chihuahua bianco “da braccio”. La sua padrona, una signora di cinquant’anni, la tiene come un trofeo sul proprio avambraccio per così tanto tempo che cominciamo a credere che l’arto sia finto. Per quanto abbiamo potuto osservare, Vittoria non tocca mai terra. Forse non l’ha mai toccata e pensa di essere un’astronauta. Avrà anche dei tubicini per i bisogni che vanno a nascondersi da qualche parte, sotto la maglietta della signora. Ci convinciamo che la padrona sia un robot e che Vittoria la guidi con dei controlli sulla mano. In aereo la perdiamo di vista. Probabilmente avranno dovuta metterla in una gabbietta, signora e tutto.

Con questi pensieri per la testa, in poco più di un’ora e mezzo, il paesaggio attorno a noi cambia da Venezia a Minorca.

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Il primo sguardo all’isola offre un territorio desertico. L’erba arsa, i cespugli di rovi e i rari vigneti sono tutta la vegetazione di cui si può godere. La strada ondeggia dolcemente sulle basse colline bruciate dal sole. Nel tragitto verso l’albergo attraversiamo il piccolo paesino di Sant Climent che ci getta subito in un’atmosfera che trasuda Spagna. Sopra di noi si agitano festoni colorati appesi tra le basse case dalla facciata bianca e i cornicioni celesti. Alcune transenne stanno contenendo una grande festa poche vie più in là, dove la banda in camicia bianca intona note che non arrivano a noi. Il resto della città è desolato, tranne per pochi cani randagi e gruppetti di giovani che si affrettano, cerveza in mano.

Cala en Porter

Cala en Porter è un piccolo villaggio turistico sulla costa sud che ci ospita per tutta la vacanza e che ogni tanto utilizza il Comic Sans sui cartelli stradali. È fastidiosamente inglese. Nei pub i camerieri neanche sanno parlare lo spagnolo; i biondissimi avventori con la pancia da birra urlano con forte accento cockney contro le partite di soccer alla tv; i ristoranti pubblicizzano pancake, hamburger e breakfast pantagruelici; nei karaoke serali gruppi di amiche pallide e obese ascoltano duetti imbarazzantemente stonati su canzoni dei Muse.

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Dall’albergo 180 gradini scendono fino a una spiaggia che non si trova nelle classifiche ma che è indubbiamente meravigliosa. Un’acqua trasparentissima, una sabbia bianca che non si scalda mai e una folla contenuta per gli standard balearici. Due alte rupi la costeggiano creando una strana eco. Da una parte ci sorvegliano dall’alto le casette della città, dall’altra le aquile che sorvolano la vegetazione incontaminata.

Macarella

La mattina del lunedì percorriamo con un auto noleggiata l’unica strada che permette di attraversare l’isola. La radio minorchina propone a rotazione She’s So Lovely, una hit (?) del 2007 degli Scouting For Girls. Per raggiungere la costa dalla strada principale bisogna imboccare le vere arterie dell’isola: strette viuzze tortuose, ottime per un rally, costeggiate da interminabili muretti di pietra a secco che diventeranno uno dei ricordi più vividi dell’isola. Le strade sono tutte ben segnalate e quasi sempre in ottime condizioni ma sembra che ci sia una certa ossessione nella costruzione dei muretti, nati probabilmente con la scusa di recintare pascoli di capre, cavalli, vacche bianche e nere che sì, si incontrano qua e là ma non sono così numerosi.

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Sotto sotto invece sembra celarsi un nervoso senso di proprietà privata per i loro cotos privados de caza (come viene avvertito sui cancelletti di legno) che sulla carta dovrebbero consentire il passaggio agli estranei, ma probabilmente garantiscono una schioppettata accidentale dai cacciatori. I muretti sono talmente aggressivi che le strade diventano troppo strette e in alcuni casi il transito è consentito in un solo senso. Spesso è addirittura impossibile sostare sul ciglio e per questa ragione la disponibilità di parcheggio alla spiaggia viene segnalata da cartelli luminosi molti kilometri prima. Giusto per capirsi: al di là dei muretti c’è sempre e solo erba arsa.

Ad ogni modo il nostro cartello luminoso dice che ci siamo svegliati troppo tardi e che il parcheggio di Cala En Turqueta è esaurito. Così deviamo per Macarella, seconda in lista.

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Si tratta di un’insenatura attorniata da alte rocce e boschi. L’acqua qui è un po’ sporca e lattiginosa, ma solo per il primo tratto. Superata la folla di gente l’acqua diventa bellissima e prende tutte le sfumature di verde che esistono in natura. In spiaggia (ma l’avevamo imparato ad Ibiza) giovani studentesse si guadagnano la paga estiva vendendo a trenta euro vestitini leggeri comprati con tutta probabilità in negozi cinesi a dos eulos (sic). Però ti fanno la sfilata, con ombrellino e molta convinzione.

Macarelleta

Dopo aver pranzato con panini al cheddar e fettine di tacchino confezionate extra jugosas (succose, come tengono a pubblicizzare), percorriamo un sentierino che sale intorno alla caletta rocciosa per tuffarsi nella più tranquilla e riparata Cala Macarelleta, un gioiellino di Minorca. L’acqua è così trasparente che le barche, le canoe, gli snorkeler sembrano galleggiare nel nulla con la loro ombra ben visibile sul fondale. Aspettiamo il tramonto attorniati dalla natura incontaminata e qualche nudista, ancora stupiti dall’essere in un posto così incantevole di cui non si parla molto.

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Tornati nella sera calda di En Porter ci imbattiamo in uno spettacolino all’aperto di un quartetto di neri doo-wop in giacca di lustrini. Cantano e ballano successi ‘60-’70 come solo loro sanno fare. Coinvolgono tutti, ma proprio tutti, culone inglesi e camerieri che lanciano via i vassoi. Andiamo a dormire, cantando Shout degli Isley Brothers.

Continua alla seconda parte.

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Supersonica

(ascolta qui se non visualizzi il player)

00:00
Il rumore di una chitarra elettrica troppo vicino allo schermo del computer e una scheda audio che si è inizializzata male.

00:07
La chitarra è filtrata dal filter matrix di un Deluxe Electric Mistress dell’Electro-Harmonix.

00:15
Invece di utilizzare plugin di pitch-shifting ho proprio girato velocemente la meccanica della sesta corda per abbassarne la nota, subito dopo averla suonata.

00:19
La batteria è tutta un esperimento: ho scritto 3 o 4 riff sul DM1 per iPad saturandone il suono su un nastro per cassette con un quattro piste Fostex X-28H. Tagliuzzati e ipercompressi i riff vanno a costituire la base di tutto il pezzo.

00:30
Le voci sono sporcate dal Kramer Master Tape della Waves, ispirate alle voci spesso sature dei Muse.

00:41
La chitarra a destra entra prima del dovuto, ma è un errore che ho voluto tenere.

01:14
Anche qui, nessun pitchshifting digitale. I glissando delle voci sono naturali e alla fine dico PUM! - sognavo di farlo.

01:16
Ho tenuto i gain dei distorsori (TurboRat, Big Muff) davvero troppo alti.

01:29
Il suono che si mangia le voci sono due chitarre in reverse, che iniziavano con dei “rake” su corde stoppate.

01:40
Mentre cercavo tra i vari banchi di suoni del DM1 mi sono imbattuto in questo hang che si sente a destra. Ho utilizzato lo stesso pattern della batteria per crearne il riff.

01:48
Sono convinto che in autunno esista un giorno preciso in cui cadono tutte le foglie contemporaneamente.

02:02
Quando canto “il tempo guarisce e tu no” rido dentro, è così tipicamente emo-adolescenziale.

02:08
Ascoltavo i Queen mentre lavoravo al pezzo e ho sentito il bisogno di mettere un mega flanger su tutto. Per pigrizia non l’ho mai automatizzato e ad ogni mixdown ottengo un effetto diverso. Surprise me.

03:05
C’è una piccola chitarra che cerca di imitare il riff di hang qui.

03:11
La coda è così sgangherata che ho voluto aggiungere cose a caso poco prima di chiudere il pezzo. Tipo questo glockenspiel da pochi euro della Lidl.

03:15
Un synth di Absynth e uno di Reason che si intrecciano.

03:24
Da qui aumento gradualmente il gain del Fostex attraverso cui passa la batteria fino ad una distorsione fastidiosa.

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Semicerchi

Dopo La mia distanza pubblico questo nuovo pezzo.

Ho voluto provare a raccontarne i retroscena sfruttando i commenti “in wave” di Soundcloud.

(ascolta qui se non visualizzi il player)

00:00 
Le leggere scariche elettriche e le note che perdono intonazione provengono dall’uscita stereo del delay di una vecchia e pesantissima pedaliera della Ibanez, Due300 Digital. Arpeggiavo qualcosa, mentre con l’altra mano giravo la manopola del delay time (effetto che potete sentire più o meno in qualsiasi concerto di un gruppo psichedelico).

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00:12
Per queste tre batterie e altri sample percussivi vari mi sono ispirato all’elettronica dei Notwist.

00:25
I versi li ho scritti direttamente in fase di registrazione, davanti al computer. Fino ad un attimo prima ero davvero bloccato con solo questi tre inutili ritornelli.

00:46
Lo sentite il leggero chorus che si aggiunge alla chitarra?

01:00
BIT CRUSH!

01:02
E’ una delle prime volte in cui desideravo scrivere un ritornello senza troppe chitarre. Qui sotto ce n’è solo una, pastosa, che dà corpo a questi campioni di Mellotron.

01:31
Questi effetti li ottengo tagliando e copiando a mano alcuni sample casuali, ispirato dalla voce di Starfuckers Inc. dei NIN. Più avanti (da 03:03) mi ci diverto di più.

01:42
I concetti di “città fatta per essere distrutta”, di “recitare le catastrofi”, si ispirano a una città Olandese creata solo per esercitazioni militari. Era un perfetto teatro per i paesaggi onirici che sto cercando di cantare (guardate le fotografie di questo posto).

01:55
Come da abitudine quasi scaramantica non scrivo mai i cori, ma li improvviso in fase di registrazione. Quando sono passato al falsetto, la mia fidanzata, che per l’occasione faceva da “tape op”, mi ha guardato molto strano.

02:13
Tremolo della Boss, più delay stereo, tremolanti pure loro, note di Absynth che montano.

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02:23
Ogni tanto ci provo a scrivere questi giri di tre accordi che si sfasano su un ritmo di 4 battute.

02:50
Ho rubato a Carlo Carcano questa performance di dita su rullante una sera, dopo una pizza, tra una chiacchiera e l’altra. Mi piace molto come ha pensato di perdere il tempo.

03:27
Coro, sempre improvvisato, che mi piaceva così tanto da tenerlo troppo alto nel mix. 

04:07
Un qualche basso synth di Reason, che nel suo decay si sporcava e rompeva.

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Photoset

Dopo una giornata di musica, mi sono voltato e ho trovato una casa in completo caos. Invece di sistemare ho preso la macchina fotografica e ho documentato la polvere. 

Parte 4 di 4.
Guarda la parte 1.
Guarda la parte 2.
Guarda la parte 3.

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Photoset

Dopo una giornata di musica, mi sono voltato e ho trovato una casa in completo caos. Invece di sistemare ho preso la macchina fotografica e ho documentato la polvere.

Parte 3 di 4.
Guarda la parte 1.
Guarda la parte 2.
Guarda la parte 4.

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Photoset

Dopo una giornata di musica, mi sono voltato e ho trovato una casa in completo caos. Invece di sistemare ho preso la macchina fotografica e ho documentato la polvere.

Parte 2 di 4.
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Guarda la parte 4.

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